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Sanguineti e il buco buio del suo silenzio

Quelle parentesi che sono inciampi asmatici, colossali passi indietro, vertiginosi tentennamenti. O meglio (o, se vuoi, peggio): lapsus; stordimenti da sonnambuli; atti mancati. Quel linguaggio del corpo, continuo, dove i cinque sensi sono sempre ossessivamente presenti, e amplificati, con un’ansia grottesca; e anche un po’ magnificati, con una specie di febbre delirante; e anche un po’ mortificati (perché figli, quei sensi, dello spreco delle forze, della vanitas: havel havalim, fumo dei fumi); una scrittura, dunque, biblicamente feroce, ma anche ferocemente antimetafisica. Il corpo è un corpo: nient’altro (e: “non ho creduto in niente:”). Edoardo Sanguineti ha sempre inseguito una scrittura corporale: ma di un corpo ciondolante, che si muove in un paesaggio disastrato e distrutto, in una stanza ingombra di macerie, ammassate come in una museale galleria, o come nella mischia di una centrifuga in cui tutto è mangiucchiato e risputato con una serie di tante lingue, di tante carni, di …

Petrarca e lo specchio rovesciato dell'amore

I veleni e i contravveleni della poesia italiana

I colori di Rimbaud (e l’orrore del tempo che dobbiamo riempire)

I Minotauri. Del dicibile, dell'indicibile

Qui un angelo attende i nostri sogni, e infine ci smarrisce

Ars contra vitam. Poesia e intermissione della vita

Apollinaire, "Costellazione"

Giuseppe Ungaretti: Che cos'è la poesia?